Quel gelo tra Israele e Stati Uniti sull'Ucraina

Lo scorso 24 marzo, al momento della votazione dell'Assemblea generale delle Nazioni unite sulla tutela dell'integrità territoriale dell'Ucraina, l'ambasciatore israeliano, Ron Prosor, non era presente. La neutralità del governo di Benjamin Netanyahu manifestata durante l'intera vicenda della crisi ucraina non è che l'ultimo attrito emerso tra Washington e Gerusalemme. "Siamo rimasti sorpresi nel vedere che Israele non si sia unito alla grande maggioranza di paesi che alle Nazioni unite hanno votato in favore della tutela dell'integrità territoriale ucraina", è stato il commento rilasciato al quotidiano israeliano Haaretz da un funzionario statunitense.
23 APR 14
Ultimo aggiornamento: 06:51 | 14 AGO 20
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Lo scorso 24 marzo, al momento della votazione dell'Assemblea generale delle Nazioni unite sulla tutela dell'integrità territoriale dell'Ucraina, l'ambasciatore israeliano, Ron Prosor, non era presente. La neutralità del governo di Benjamin Netanyahu manifestata durante l'intera vicenda della crisi ucraina non è che l'ultimo attrito emerso tra Washington e Gerusalemme. "Siamo rimasti sorpresi nel vedere che Israele non si sia unito alla grande maggioranza di paesi che alle Nazioni unite hanno votato in favore della tutela dell'integrità territoriale ucraina", è stato il commento rilasciato al quotidiano israeliano Haaretz da un funzionario statunitense.

Il voto sulla Crimea dell'Assemblea Onu, ha confermato il raffreddamento delle relazioni tra i due paesi, iniziato dai negoziati sul nucleare iraniano. L’alleanza privilegiata tra Israele e Stati Uniti è messa a dura prova, tanto da spingere i più conservatori a metterla in dubbio e a ventilare un progressivo avvicinamento a Mosca da parte di Netanyahu. "Abbiamo buone relazioni con Stati Uniti e Russia e la nostra esperienza è positiva con entrambi i paesi", ha detto Avigdor Lieberman, ministro degli Esteri israeliano ed ex cittadino sovietico, rilasciate all'emittente Channel 9 a proposito della crisi ucraina. Un'equiparazione, quella tra Washington e Mosca, sintomo della debolezza statunitense percepita in Medio Oriente a partire dalle primavere arabe.

Né Netanyahu né Lieberman si sono finora esposti in merito alla crisi ucraina agitando non poco la Casa Bianca, il principale finanziatore d'Israele. La neutralità del premier israeliano è motivata anche dalla necessità di garantire il consenso delle frange più conservatrici al governo del Likud. In una società sempre più polarizzata tra moderati ed estremisti, per Netanyahu è troppo alto il rischio di prendere apertamente le difese di Kiev, il cui governo è accusato di essere sostenuto dai fascisti secondo una propaganda russa che ha avuto una certa presa sull’opinione pubblica israeliana. Inoltre, molti membri della classe media israeliana sono ex cittadini sovietici, fattore che ha alimentato un’ulteriore spaccatura nel paese in merito alla questione ucraina.

Ciononostante, lo scostamento diplomatico è stato finora ridimensionato e giustificato in Israele: si tratta di legittimi "interessi nazionali" che non necessariamente devono essere in linea con i paesi alleati, ha detto Amos Gilad, direttore generale del bureau politico militare presso il ministero della Difesa di Gerusalemme. Mosca, rispetto a Washington, ha al momento un altro appeal agli occhi di un interventista come Lieberman. La debolezza americana mostrata nel caso iraniano, così come in quello siriano, hanno favorito i malumori di Israele . “Il mondo ha constatato il fallimento delle politiche americane e i successi recenti di quelle russe", ha commentato Alon Liel, un ex direttore generale al ministero degli Esteri israeliano. La mediazione del Cremlino con Bashar el Assad è stata decisiva per evitare il possibile disastro di un intervento armato in Siria, su cui aveva insistito Obama.

Alle vittorie diplomatiche di Mosca, fanno da contraltare le magre figure del segretario di Stato americano, John Kerry. La sua missione di qualche settimana fa in Israele, l’ultima di una lunga serie, per tentare di ridare vigore al dialogo di pace tra Israele e Palestina si è conclusa con un (annunciato) nulla di fatto. Proprio sul dialogo di pace in Medio oriente l’amministrazione Obama ha puntato molto durante questo secondo mandato. Il risultato è che Kerry è tornato a Washington senza ottenere i risultati attesi: la liberazione dei prigionieri palestinesi è saltata e Mahmoud Abbas ha ripreso la strada del riconoscimento della Palestina in seno alle organizzazioni internazionali.

Sulla stampa israeliana più conservatrice, Putin viene ora descritto come “amico del popolo ebraico”. Con lui “vale la pena dialogare”, ha scritto Isi Leibler, attivista politico della destra israeliana, il Likud di Netanyahu. Mentre l’americano, ebreo conservatore, Richard Baehr ha definito Obama un “bugiardo” senza più credibilità, nemmeno per gli stessi americani.